Editoriale

“Share” di ChatGPT: consapevolezza prima dell’allarme

Antonino Polimeni

Avvocato, fondatore di Polimeni.Legal, da oltre vent’anni si occupa di diritto applicato al mondo digitale. Autore di numerosi libri, è presidente dell’Associazione Digital for Children, con cui promuove l’educazione digitale e guida missioni umanitarie nel mondo. Difende un’idea semplice: la tecnologia deve servire alle persone, non dominarle.

Leggo alcuni post preoccupati che sostengono che le conversazioni condivise tramite la funzione “Share” di ChatGPT vengano indicizzate a nostra insaputa da Google e risultano così pubblicamente accessibili con rischi per la perdita di dati e contenuti.
Sinceramente, a me, più che una rivelazione allarmante, mi sembra il normale funzionamento del web, così com’è da 30 anni. La funzione “Share” di ChatGPT non rappresenta una vulnerabilità, ma un meccanismo esplicito e intenzionale di condivisione, che genera un link pubblico accessibile come qualsiasi altro contenuto online. Parlare di esposizione inconsapevole dei dati senza chiarire che l’utente riceve un avviso visibile e deve confermare l’operazione rischia di alimentare un allarmismo infondato. Il tema, dunque, non è la presenza di una falla di sicurezza, ma l’assenza di un’adeguata educazione digitale, unita forse ad un eccesso di avvisi che porta ad andare di fretta e a non leggere (ma se ci sono dati importanti dobbiamo sempre leggere bene!).
Chi utilizza strumenti basati sull’intelligenza artificiale deve essere informato e formato sui comportamenti che espongono contenuti e dati, senza cadere nella retorica dell’allerta continua. La privacy, la proprietà industriale, si tutelano con la formazione, con la alfabetizzazione, con la comprensione e con la consapevolezza.
Ecco perché abbiamo bisogno dell’ai act e del gdpr.