Editoriale

Si può fermare il Nilo con un secchio?

Antonino Polimeni

Avvocato, fondatore di Polimeni.Legal, da oltre vent’anni si occupa di diritto applicato al mondo digitale. Autore di numerosi libri, è presidente dell’Associazione Digital for Children, con cui promuove l’educazione digitale e guida missioni umanitarie nel mondo. Difende un’idea semplice: la tecnologia deve servire alle persone, non dominarle.

C’è un’immagine che mi torna in mente ogni volta che un governo europeo annuncia un divieto sui social network per i minori. Un uomo in riva al Nilo con un secchio in mano. L’acqua scorre, lui raccoglie, riversa, raccoglie ancora.

Ma andiamo con ordine.
Il presidente della Grecia ha annunciato (su TikTok, dettaglio che da solo vale un’analisi) che dal 1° gennaio 2027 i social network saranno vietati ai minori di quindici anni. Fin qui, notizia già sentita. Il punto che cambia tutto è invece un altro: il divieto vale indipendentemente dal consenso dei genitori. Nei tentativi precedenti – in Australia, in Francia, in vari altri paesi che hanno provato strade simili – era sempre rimasto aperto uno spiraglio: il genitore poteva autorizzare l’accesso, e quella possibilità svuotava il divieto di qualsiasi forza pratica. La Grecia lo chiude.

A questo punto partirà subito il dibattito: meglio vietare o meglio educare?
È il mantra che torna ogni volta.

I divieti assoluti, in questo campo, hanno una storia molto coerente alle spalle. Semplicemente non funzionano. L’Australia ha introdotto nel 2024 uno dei blocchi più severi al mondo per i minori under 16, con multe salate per le piattaforme inadempienti. Risultato: i ragazzi hanno imparato in pochi giorni a usare le VPN, strumenti che mascherano la posizione geografica dell’utente e rendono invisibile l’età dichiarata. In Francia il divieto sotto i 15 anni esiste dal 2023 e richiede il consenso genitoriale e i dati di utilizzo tra gli adolescenti sono rimasti sostanzialmente invariati. La verifica dell’età, ovunque sia stata tentata, si è rivelata o troppo blanda per funzionare o troppo invasiva per essere accettata. Un sistema che chiede un documento per accedere a un social network spinge gli utenti verso piattaforme che non lo chiedono, spesso meno sicure e meno regolamentate. Il divieto, da solo, sposta il problema senza risolverlo.

E allore probabilmente dovremmo educare.
Ma fermiamoci un attimo: “chi”, esattamente, andrebbe educato?

I ragazzi, ok, sempre. Ma i ragazzi sono l’ultimo problema di una catena più lunga.

Il primo nodo sono invece i genitori. Sono loro a mettere in mano ai figli uno smartphone con i social aperti, magari per comprarsi un po’ di silenzio, senza controlli nè limiti, senza conversazioni sul perché certi contenuti fanno male.
La responsabilità domestica precede quella legale (e spesso la aggira).

Poi ci sono le piattaforme e qui il discorso cambia scala.
Perché anche le piattaforme vanno “educate” – nel senso più concreto del termine: vanno costrette per legge a costruire prodotti sicuri.

Gli algoritmi dei social sono il risultato di anni di lavoro da parte di designer, psicologi comportamentali e ingegneri, tutti orientati verso un unico obiettivo: massimizzare il tempo di permanenza. Aberrante.

Contro un sistema progettato dai migliori del mondo per vincere sull’attenzione, la risposta seria passa dagli algoritmi, non dai divieti. Algoritmi che non sacrifichino la salute mentale degli utenti sull’altare dei ricavi pubblicitari. Sicurezza come punto di partenza, non come opzione da attivare nei menu.

C’è un paradosso che mi piace ricordare. Un giocattolo che entra nel mercato europeo deve superare test di sicurezza obbligatori prima di finire sugli scaffali. Un’automobile deve passare crash test certificati. Un farmaco richiede anni di sperimentazione clinica e valutazioni indipendenti prima dell’autorizzazione. I social network, invece, sono entrati nelle tasche di miliardi di persone – compresi i minori – senza che nessuna autorità abbia mai richiesto una valutazione preventiva del rischio sulla salute. Eppure i dati ci sono, e sono abbondanti. Ricerche pubblicate su riviste scientifiche peer-reviewed documentano correlazioni tra uso intensivo dei social e aumento di ansia, depressione e disturbi dell’immagine corporea negli adolescenti, con effetti particolarmente marcati tra le ragazze. Frances Haugen, ex dipendente di Meta, ha consegnato al Congresso americano nel 2021 migliaia di documenti interni che dimostravano come l’azienda fosse consapevole di questi effetti e avesse scelto di non intervenire. Sapevano. Continuavano.

Di fronte a questa evidenza, trattare gli algoritmi come una variabile intoccabile e scaricare tutto il peso della soluzione sui divieti di accesso è una scelta che merita di essere chiamata con il suo nome: comoda. E quindi, a quanto pare lasceremo stare gli algoritmi e vieteremo. Vieteremo.

E lo faremo con dei meccanismi di verifica dell’età che, oltre a sacrificare la privacy, vuoi o non vuoi, rallenteranno anche l’accesso stesso alle piattaforme.

“Bene!”, dirà qualcuno. Maledetti social!

E invece no, perché le conseguenze non ricadrebbero solo sui social, ma anche sulle milioni di aziende che usano quei canali come leva principale del loro business.
Milioni.

Toccare l’esperienza di accesso alle piattaforme significa toccare un’economia intera. È un equilibrio delicato e chi lo sottovaluta sta vendendo soluzioni semplici a problemi complessi.

Concludo con una considerazione necessaria.
Tutto questo caos è causato dalla frammentazione delle regole. Finché la grecia e le altre correranno da sole, saranno un secchio contro il Nilo e non potranno fare a meno che vietare.
Finché ogni paese farà da sè, le piattaforme continueranno a giocare su scala globale contro avversari che giocano su scala nazionale. E su quel campo, sappiamo già chi vince.
Serve quindi l’Europa. È lì che si decide tutto: se l’obbligo di costruire piattaforme sicure diventa norma europea, allora le piattaforme dovranno adeguarsi e i divieti potranno lasciare spazio ad un utilizzo educato e consapevole.

In ogni caso, una cosa è certa: qualcosa bisogna fare. Prima che sia troppo tardi.