Sony, class action da 2,7 miliardi di sterline per sovrapprezzi sui giochi PlayStation

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Il Competition Appeal Tribunal di Londra ha avviato il processo contro Sony per presunto abuso di posizione dominante sul mercato dei giochi digitali per console PlayStation, con una richiesta di risarcimento da 1,97 miliardi di sterline. La causa, che coinvolge circa 12,2 milioni di utenti britannici, si concentra sulla commissione del 30% applicata agli editori attraverso il PlayStation Store, unico canale di acquisto disponibile per i possessori della console

Dodici milioni di giocatori britannici contro uno dei gruppi di intrattenimento più potenti al mondo. Il Competition Appeal Tribunal di Londra ha aperto formalmente il processo contro Sony, chiamata a rispondere di presunto abuso di posizione dominante nel mercato dei giochi digitali per console PlayStation, con una richiesta risarcitoria che sfiora i due miliardi di sterline.

La commissione del 30% e il canale unico di acquisto

A muovere l’azione collettiva è il campaigner dei consumatori Alex Neill, che agisce a nome di circa 12,2 milioni di utenti del Regno Unito. Il cuore dell’accusa riguarda il PlayStation Store: unica piattaforma attraverso cui i possessori della console possono acquistare titoli digitali e contenuti aggiuntivi, senza alcuna alternativa praticabile.

Secondo i ricorrenti, questa architettura distributiva ha consentito a Sony di imporre agli editori di videogiochi una commissione fissa del 30%, una percentuale che i legali dell’accusa definiscono sproporzionata rispetto a quanto praticato dalle piattaforme concorrenti per PC, dove le trattenute oscillano tra il 12 e il 20%. La tesi è che questo divario non sia casuale, ma il risultato diretto del controllo esclusivo esercitato sulla distribuzione: senza concorrenza sul canale, la pressione al ribasso sulle commissioni semplicemente non esiste, e il costo aggiuntivo si scarica sui prezzi finali pagati dagli utenti. A questo si aggiunge la contestazione sulle pratiche di monetizzazione come microtransazioni, acquisti per sbloccare contenuti o accelerare la progressione, considerate strumenti progettati per stimolare una spesa ricorrente, con effetti ritenuti problematici in particolare per i giocatori più giovani.

Quanto vale la causa e chi è incluso automaticamente

Il risarcimento complessivo richiesto ammonta a 1,97 miliardi di sterline e copre gli acquisti effettuati sul PlayStation Store nel decennio precedente a febbraio 2026. La normativa britannica sulle azioni collettive in materia di concorrenza prevede l’inclusione automatica di tutti gli utenti potenzialmente interessati, salvo esplicita rinuncia. Un meccanismo che amplia considerevolmente la portata della causa rispetto ai sistemi di opt-in tradizionali, dove la raccolta delle adesioni rappresenta spesso il primo ostacolo pratico.

Sony ha respinto le accuse.

La difesa richiama gli investimenti sostenuti in hardware, infrastruttura digitale e sicurezza, sostenendo che il modello di distribuzione adottato permetta di contenere i costi di vendita delle console e di garantire standard elevati di qualità e protezione agli utenti. Il processo è atteso per circa dieci settimane e rappresenta uno dei procedimenti antitrust più rilevanti aperti negli ultimi anni contro una piattaforma tecnologica nel mercato dei contenuti digitali.

Il precedente Apple e la stagione dell’antitrust digitale

Il caso PlayStation arriva in un momento in cui le autorità britanniche ed europee stanno intensificando lo scrutinio sui modelli economici delle grandi piattaforme proprietarie. Nel 2025, sempre a Londra, Apple era già stata condannata per le commissioni applicate sull’App Store, con una sentenza impugnata ma non ancora definitiva. Lo schema è lo stesso: una piattaforma che controlla sia l’infrastruttura sia il canale di distribuzione dei contenuti, con utenti che non dispongono di alternative reali.

Se il tribunale dovesse accogliere la tesi dei ricorrenti, le implicazioni andrebbero ben oltre il settore videoludico. Qualsiasi piattaforma digitale che adotti un modello simile come store proprietari, ecosistemi chiusi o commissioni su transazioni senza concorrenza di canale, si troverebbe esposta a una revisione dei propri parametri commerciali alla luce dei principi del diritto della concorrenza. Per l’industria digitale nel suo insieme, il processo di Londra è un segnale difficile da ignorare. Il controllo dell’infrastruttura distributiva, a lungo considerato un vantaggio competitivo legittimo, sta diventando uno degli snodi più controversi dell’antitrust contemporaneo, e i tribunali stanno prendendo posizione con una frequenza crescente.