Taiwan e Corea del Sud mettono il lavoro al centro delle leggi sull’intelligenza artificiale

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Taiwan introduce obblighi di riqualificazione per i lavoratori sostituiti dall’intelligenza artificiale, la Corea del Sud lavora a una strategia nazionale sulla sicurezza occupazionale. Un confronto diretto con l’AI Act europeo e con il modo in cui l’Europa tutela diritti e mercato del lavoro nell’era digitale

di Giuseppe Minniti*

Mentre è sempre più acceso il confronto mondiale su diritti fondamentali e Intelligenza Artificiale soprattutto tra grandi forze di mercato come Europa, Stati Uniti e Cina, si intravedono altri paesi che mettono l’accento su un aspetto diverso che si presume sarà impattato notevolmente in un prossimo quanto vicino futuro e cioè il diritto al lavoro.

Le scelte controtendenza dell’Asia

È così che Taiwan e Korea del Sud emanano una normativa che pone l’attenzione sulla protezione del lavoro. Il primo paese prevedendo esplicitamente l’obbligo di assistenza nella ri-formazione e reimpiego della forza lavoro sostituita dalla IA. Il secondo paese prevedendo un obbligo secondo il quale sarà necessario stabilire una strategia nazionale sulla sicurezza del lavoro e sul supporto alla transizione dovuta all’ implementazione della IA. Sostanzialmente questi due paesi, nuovi protagonisti nel darsi una regolazione sulla IA, stanno ammettendo e prevedendo che questa tecnologia effettivamente provocherà una questione per quanto concerne la perdita di occupazione. E hanno per tale motivo stabilito che sarà necessario fare qualcosa rendendo questo qualcosa non una mera opera di filantropia ma una previsione normativa di rango di legge.

Non bisogna dimenticare altresì che la cosa non è di poco conto considerando che in Korea del Sud ci sono imprese come Hyundai, kia, Samsung, LG e a Taiwan abbiamo Asus/Acer, Foxconn, Quanta Computer. Tutti protagonisti indiscussi nell’ambito della IA.

Le differenze con l’Europa

L’Unione Europea ha scelto un’impostazione diversa. Con l’AI Act ha costruito un sistema basato sulla classificazione del rischio, imponendo obblighi di trasparenza, valutazione e controllo per i sistemi utilizzati, tra l’altro, nei processi di selezione del personale o di gestione del lavoro. L’attenzione è rivolta alla tutela dei diritti fondamentali, alla prevenzione di discriminazioni e alla sicurezza dei sistemi.
Resta aperta la questione dell’impatto occupazionale diretto. La sostituzione di mansioni umane attraverso automazione avanzata produce effetti economici e sociali che vanno oltre la non discriminazione o la trasparenza degli algoritmi. Il confronto tra i modelli normativi mette in luce due priorità diverse: da un lato la protezione dei diritti nell’uso dell’intelligenza artificiale, dall’altro la gestione delle conseguenze occupazionali della sua diffusione.

Nè può sottacersi una questione fondamentale quando si parla tanto di diritti fondamentali che l’Europa vuole proteggere: l’individuo quando non ha lavoro diventa vulnerabile e disposto ad accettare qualsiasi baratto con altri diritti di libertà. Senza entrare qui in altre questioni, di cui si legge ogni giorno, sembra evidente che dall’estremo oriente sia arrivata una “sberla” di realtà che dovrebbe far riflettere.

In ogni caso, per le imprese digitali europee il tema è concreto. Pianificare investimenti in automazione implica valutare costi, efficienza e vantaggi competitivi, ma anche l’impatto sul capitale umano. In un contesto in cui altri ordinamenti iniziano a prevedere obblighi di riqualificazione o strategie pubbliche di sostegno, la questione del lavoro entra nel perimetro della compliance e della governance aziendale.   

*Avvocato & IT Compliance Leader