Temu e Shein aggirano la tassa da 2 euro sui pacchi extra-UE e l’Italia perde traffico a favore degli altri Paesi europei

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La tassa italiana da 2 euro sui pacchi sotto i 150 euro, introdotta per frenare l’e-commerce extra-UE, viene aggirata attraverso altri Paesi dell’Unione Europea e provoca un calo immediato dei volumi logistici in Italia, con perdita di traffico e competitività per aeroporti e operatori nazionali.

L’introduzione della tassa italiana da 2 euro sui pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da Paesi extra-UE, in vigore dal 1° gennaio 2026, aveva un obiettivo chiaro: intervenire sul flusso crescente di merci acquistate online da piattaforme globali come Temu e Shein, aumentando il gettito fiscale e riequilibrando il mercato interno. A poche settimane dall’avvio, i primi effetti misurabili raccontano però una dinamica diversa, che riguarda più la logistica nazionale che l’e-commerce internazionale.

Il mercato ha reagito rapidamente. Gli operatori logistici e le compagnie di trasporto aereo hanno iniziato a riorganizzare le rotte delle spedizioni, facendo entrare i pacchi in Europa attraverso altri Paesi dell’Unione. Da lì, le merci circolano liberamente fino ai consumatori finali italiani. La catena distributiva resta intatta, ma l’Italia esce dal punto di ingresso, perdendo volumi e centralità.

Come cambia il traffico dei pacchi extra UE

Secondo i dati dell’Agenzia delle Dogane, tra l’inizio di gennaio e la terza settimana del mese il numero di pacchi di basso valore arrivati direttamente in Italia da Paesi extra-UE è diminuito di oltre un terzo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il calo non indica una contrazione degli acquisti online, ma uno spostamento delle modalità di ingresso delle merci nel mercato europeo.

Per aeroporti e operatori logistici italiani il risultato è immediato: meno traffico, meno attività di smistamento, meno ricavi. Le spedizioni continuano a raggiungere i destinatari, ma il valore generato lungo la filiera si concentra altrove. Hub logistici situati in altri Stati membri assorbono i flussi che prima transitavano dall’Italia, rafforzando il proprio ruolo all’interno del mercato unico.

Regole nazionali e filiere digitali transfrontaliere

La vicenda mette in evidenza una tensione strutturale tra strumenti normativi nazionali e modelli di business digitali costruiti su scala sovranazionale. Le grandi piattaforme di e-commerce operano su volumi elevati e su reti logistiche flessibili, in grado di adattarsi rapidamente a differenze fiscali e regolatorie tra Paesi. In questo contesto, una misura applicata in modo isolato tende a produrre effetti di riallocazione più che di contenimento.

Il confronto con il calendario europeo rafforza questa lettura. L’Unione Europea ha previsto un intervento simile a partire dal luglio 2026, con un’impostazione comune. L’anticipo italiano, pur legittimo, ha esposto il sistema logistico nazionale a una distorsione temporale che il mercato ha sfruttato senza difficoltà.

Il dibattito politico aperto sul possibile allineamento delle tempistiche e sulle modalità di applicazione della tassa riflette una questione più ampia: governare l’economia digitale richiede regole coordinate e capaci di incidere lungo l’intera filiera. In assenza di questo coordinamento, il rischio concreto è che le misure pensate per riequilibrare il mercato finiscano per spostare valore e traffico fuori dai confini nazionali, senza modificare i comportamenti delle piattaforme globali.