Lo scorso 15 dicembre numerosi Data Protection Officer hanno ricevuto una email inviata da Federprivacy, indirizzata al “Data Protection Officer” e contenente una proposta di adesione all’associazione con un’offerta promozionale a tempo. Il messaggio è arrivato a indirizzi DPO reperiti dai siti web istituzionali delle organizzazioni destinatarie e ha suscitato segnalazioni e richieste di chiarimento da parte di diversi professionisti del settore.
Sui social network la vicenda ha generato reazioni immediate. Da un lato sono comparsi commenti ironici e provocatori, che hanno parlato apertamente di spam proveniente da una delle principali associazioni Italiana di professionisti della privacy. Dall’altro, diversi addetti ai lavori hanno manifestato preoccupazione per le modalità di raccolta e utilizzo degli indirizzi email dei DPO, chiedendo chiarimenti pubblici e interni all’associazione.
Le spiegazioni della Federprivacy e le reazioni degli esperti
A fronte delle richieste formali sull’origine dei dati e sulla base giuridica del trattamento, la presidenza di Federprivacy ha risposto che gli indirizzi email sarebbero stati ricavati dalle informative privacy pubblicate online e utilizzati per contattare i destinatari in virtù del ruolo da essi ricoperto, precisando che la comunicazione non avrebbe avuto finalità di marketing e sarebbe stata limitata a un singolo invio.
Ma le interpretazioni di quanto accaduto tra gli esperti sono molto diverse. Ad esempio, è di altro avviso l’avv. Andrea Lisi, tra i primi avvocati ad occuparsi di Privacy in Italia, secondo cui si tratterebbe di una azione di evidente spamming proveniente proprio da una associazione che rappresenta la materia della data protection. “L’iniziativa mi lascia indubbiamente perplesso, non posso negarlo – spiega Lisi – Effettivamente si potrebbe de iure condendo valutare finalmente un’apertura per comunicazioni B2B di questo tipo che non si fondino sulla base giuridica del consenso, ma sul legittimo interesse, come lascerebbe anche intendere in verità il GDPR nel considerando 47. In questo caso, però, l’azione di evidente spamming proviene proprio da una associazione che rappresenta la materia della data protection e ci si aspetterebbe prudenza e rigore metodologico proprio per dare l’esempio su una linea da seguire nel marketing verso dei professionisti che si vorrebbe coinvolgere. Questo modus operandi lascia effettivamente interdetti e sembrerebbe far presupporre una certa approssimazione nel seguire la materia e ovviamente spero che non sia così. “Anche le giustificazioni addotte sulla natura degli account acquisiti con un’azione diffusa di web scraping e sulla connotazione non commerciale della comunicazione inviata appaiono risibili – continua Andrea Lisi, che riveste anche il ruolo di presidente di Anorc Professioni – e non avrei voluto leggerle per il rispetto che nutro verso questa organizzazione no profit.”Dopo quanto avvenuto, all’interno dell’associazione si sarebbe aperto un confronto anche sul piano della governance. Stefano Gazzella, delegato territoriale di Gorizia ed esperto professionista e consulente privacy, ha dichiarato di aver chiesto al direttivo di valutare un cambio della presidenza, al momento ricoperta dal dott. Nicola Bernardi. Nelle sue dichiarazioni, Gazzella ha riferito di un clima interno caratterizzato da una limitata apertura al confronto e da un coinvolgimento ridotto dei delegati territoriali, descritti come privi di un reale potere di indirizzo.
La discussione interna
Secondo quanto riferito, la richiesta di valutare un avvicendamento alla guida dell’associazione sarebbe stata avanzata nella stessa sede in cui il Direttivo avrebbe dovuto esaminare la posizione dello stesso Gazzella come delegato territoriale, dopo le critiche espresse da quest’ultimo su alcune iniziative della presidenza.
Gazzella ha spiegato che la richiesta nasce da una insoddisfazione maturata nel tempo rispetto al funzionamento interno dell’associazione. In particolare ha richiamato episodi precedenti, tra cui il mancato confronto su proposte formative rivolte a profili più giovani, su temi di inclusività e sul rinnovamento dei convegni, osservando come tali contributi non siano mai stati oggetto di una discussione strutturata.
Ma in particolare, Gazzella ha riferito di aver ricevuto dall’associazione, a seguito di una propria iniziativa di critica rivolta in privato alla presidenza, un aut aut tra il ritiro di quanto scritto e la rimozione dal ruolo di delegato territoriale; solo successivamente, dopo tale episodio, ha reso pubblica la vicenda sui propri canali social, senza che vi fosse un riscontro nel merito delle questioni sollevate. Ha inoltre dichiarato di essere stato invitato a non inviare più contributi alla rivista dell’associazione, sottolineando come tale decisione sia stata per lui particolarmente significativa anche alla luce del lavoro giornalistico svolto a titolo gratuito a beneficio dei soci.
“Dopo l’ultima iniziativa di contattare i DPO – ha spiegato Gazzella -, ho suggerito al Direttivo di valutare, nella stessa seduta in cui avrebbero dovuto deliberare sulla mia rimazione come delegato territoriale, anche un cambio della presidenza. Certo, le cariche associative rimangono elette per 5 anni ma ritengo possa essere comunque auspicabile un cambio di direzione per il bene di tutti. Magari, con una maggiore cura per le sensibilità differenti da quella di chi ha semplicemente il potere di decidere. La diversità arricchisce, mentre arroccarsi all’interno di qualche feudo non credo sia una strategia corretta”.
Un clima che rimane avvelenato e che impone si faccia piena chiarezza su quanto avvenuto in tempi rapidi.
