Trump lancia le regole federali sull’IA e sfida il modello europeo con approccio scarno di regole

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Il 20 marzo 2026 la Casa Bianca ha pubblicato un framework legislativo nazionale sull'intelligenza artificiale che chiede al Congresso di superare le normative statali con uno standard federale uniforme. Il documento stabilisce che l'addestramento dei modelli di IA su contenuti protetti da copyright non viola le leggi vigenti e demanda la questione alle corti, con effetti diretti su chi sviluppa o utilizza sistemi di AI in ambito professionale

Quando la Casa Bianca pubblica un documento di indirizzo legislativo su una tecnologia, il segnale vale quanto la norma stessa, anche prima che il Congresso abbia votato una sola riga. Soprattutto durante una presidenza, come quella di Trump, in cui decisioni ben più importanti sono stati prese bypassando gli organismi preposti. Il framework nazionale sull’intelligenza artificiale presentato dall’amministrazione Trump il 20 marzo 2026 va interpretato in questo senso. Siamo davanti a un atto politico che dice alle imprese, ai giudici e agli stati dove si vuole arrivare.

Il documento si articola su sei obiettivi. Il primo riguarda la protezione dei minori. Le piattaforme di IA accessibili agli under 18 dovranno adottare misure contro lo sfruttamento sessuale e l’autolesionismo, mentre ai genitori verranno forniti strumenti concreti per gestire privacy e uso dei dispositivi da parte dei figli. Il secondo punto investe le comunità locali e le piccole imprese, con la richiesta di semplificare le autorizzazioni per i data center , compresi quelli che producono energia in loco, e di rafforzare gli strumenti federali per contrastare le frodi generate dall’IA. Il terzo, e più controverso, riguarda la proprietà intellettuale. L’amministrazione afferma che addestrare modelli su materiali protetti da copyright non viola le leggi vigenti, rimandando ogni disputa alla magistratura ordinaria senza intervenire per via legislativa. Il quarto obiettivo punta alla libertà di espressione, con la richiesta al Congresso di impedire che sistemi di IA vengano usati per silenziare opinioni politiche o censurare il dissenso. Il quinto prevede la creazione di ambienti regolamentati di sperimentazione, le cosiddette sandbox, per accelerare lo sviluppo e la diffusione dell’IA in settori industriali strategici. Il sesto asse è la formazione. Programmi specifici per preparare i lavoratori americani a un’economia sempre più dipendente dai sistemi automatizzati.

Il filo che tiene insieme tutti e sei i punti è la preemption federale legata alla convinzione che l’IA debba essere governata da un’unica legislazione nazionale, capace di prevalere sulle normative già adottate dai singoli stati.

La battaglia con gli stati è già aperta

California, Colorado, Illinois e New York hanno costruito negli ultimi anni un corpus di regole proprie sull’uso dell’IA, in particolare nelle assunzioni, nelle decisioni creditizie e nella gestione dei dati personali. L’amministrazione Trump considera questo mosaico legislativo un ostacolo diretto alla competitività americana, sostenendo che l’IA è un fenomeno interstatale con implicazioni di sicurezza nazionale che non può essere gestito da cinquanta ordinamenti paralleli. La proposta di preemption, però, non ha ancora il peso di una legge: il Congresso è polarizzato, i margini di maggioranza sono risicati e l’agenda legislativa del 2026 è già affollata. Tradurre il framework in norma vincolante richiederà mesi di negoziato, e il risultato finale potrebbe distanziarsi sensibilmente dal documento presentato dalla Casa Bianca.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Michael Kratsios, direttore dell’Ufficio per la Scienza e la Tecnologia della Casa Bianca, ha descritto il piano come uno strumento per liberare l’ingegno americano nella corsa globale all’IA. Brad Carson, vicino al gruppo Public First Action legato ad Anthropic, ha usato parole ben diverse, parlando di un documento privo di sostanza reale. Brendan Steinhauser, dell’Alliance for Secure AI, ha sollevato un punto tecnico ma dirimente: il framework non prevede alcun meccanismo di responsabilità per i danni causati dai sistemi di intelligenza artificiale.

Il confronto con il modello europeo

Il contrasto con l’AI Act europeo è immediato. L’approccio della Commissione europea parte dai diritti individuali, classifica i sistemi di IA per livello di rischio e impone obblighi precisi ai produttori e ai distributori, con sanzioni che possono raggiungere il sette percento del fatturato globale. Il modello americano delineato nel framework punta invece sulla competitività, sull’innovazione e sul primato tecnologico, escludendo la creazione di nuove agenzie di controllo e lasciando alla magistratura il compito di risolvere i conflitti più spinosi, a partire da quelli sul copyright. Per le imprese europee che utilizzano strumenti, API e piattaforme sviluppate negli Stati Uniti, che rappresentano la quota dominante dell’offerta globale di IA, la distanza tra i due sistemi regolativi si traduce in scelte di compliance, nei contratti con i fornitori e nella gestione del rischio legale quotidiano. Il framework americano, anche nella sua forma attuale di documento di indirizzo, orienta già il comportamento delle grandi piattaforme tecnologiche, e questo accade indipendentemente da quando e se il Congresso approverà una legge.

Sul fronte del copyright, la posizione della Casa Bianca è quella che ha generato le reazioni più accese nell’industria creativa. Autori, editori, case discografiche e produttori cinematografici chiedono da anni che l’addestramento dei modelli su opere protette venga regolamentato o compensato. Il framework risponde tagliando corto: la questione spetta ai tribunali, non al legislatore. Una scelta che, di fatto, consolida lo status quo attuale, in cui i grandi sviluppatori di modelli come OpenAI, Google, Meta, Anthropic, continuano a operare in un contesto di incertezza giuridica, con decine di cause pendenti in diversi distretti federali.