Trump minaccia dazi del 100% sui film se l’Europa non rinuncia alla sovranità culturale.

Tempo di lettura: 4 minuti

Al centro dello scontro la Direttiva europea sui servizi di media audiovisivi (AVMSD) e la nuova offensiva annunciata da Donald Trump, che ha promesso dazi fino al 100% contro i film prodotti fuori dagli Stati Uniti.

Dal 2018, ai sensi della Direttiva europea sui servizi di media audiovisivi (il cui illegibile acronimo è AVMSD), le piattaforme di streaming che operano in Europa, da Netflix a Disney+, passando per Amazon Prime e Apple TV, devono garantire che almeno il 30% dei loro cataloghi sia composto da opere europee.
Non solo. Gli Stati membri possono anche imporre ai fornitori on-demand di contribuire finanziariamente alla produzione di contenuti locali, destinando una parte del fatturato ai fondi nazionali per il cinema o investendo direttamente in serie e film europei.

L’obiettivo dichiarato è rafforzare la diversità culturale e sostenere un’industria audiovisiva che, nel continente, deve confrontarsi con la potenza economica e narrativa di Hollywood.
Secondo i dati dell’European Audiovisual Observatory, il 70% dei film proiettati nelle sale europee è di produzione americana. La direttiva mira a riequilibrare la bilancia, garantendo visibilità e risorse alle produzioni locali.

Washington, tuttavia, vede la cosa in modo diverso.
Nel suo ultimo rapporto annuale sulle barriere commerciali, l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti ha inserito la AVMSD tra le misure considerate discriminatorie verso le imprese americane.
A fare eco, la Motion Picture Association (MPA), che rappresenta i grandi studios e le piattaforme di streaming USA: secondo l’associazione, la normativa europea “impone obblighi arbitrari e costosi, che limitano la libertà d’impresa e distorcono il mercato”.

In particolare, gli Stati Uniti contestano le quote di contenuti europei, che riducono la flessibilità editoriale delle piattaforme e i contributi obbligatori ai fondi nazionali per il cinema, percepiti come una tassa imposta solo agli operatori stranieri.

L’Europa replica che le regole valgono per tutti (europei e non) e che l’audiovisivo non può essere trattato come una semplice merce. È, piuttosto, una questione di sovranità culturale. Proprio in questi giorni, Il Parlamento Europeo, ha ribadito che i servizi audiovisivi “devono restare esclusi da qualsiasi accordo commerciale internazionale”, per evitare che logiche di mercato erodano la diversità culturale europea.

La nuova minaccia: dazi del 100% contro i film non americani

E proprio nello stesso momento in cui Bruxelles difendeva la sua direttiva, Donald Trump, in un messaggio pubblicato su Truth Social, ha annunciato l’intenzione di imporre un dazio del 100% su tutti i film prodotti fuori dagli Stati Uniti. “La nostra industria cinematografica è stata rubata da altri Paesi”, ha dichiarato. “Imporrò una tariffa del 100% sui film stranieri per riportare le produzioni a casa”.

Dietro la retorica e la propaganda, l’obiettivo del presidente americano è quello di rilocalizzare le produzioni hollywoodiane che, negli ultimi anni, hanno scelto Canada, Regno Unito, Australia o Italia per le riprese, attratte da incentivi fiscali e costi inferiori.
Secondo stime di settore, nel 2024 le major americane hanno speso oltre 24 miliardi di dollari in produzioni girate all’estero, contro i 16 miliardi spesi sul territorio nazionale.

L’annuncio ha subito diviso Hollywood. Una parte dell’industria, legata agli interessi locali, applaude alla prospettiva di nuovi incentivi interni. Ma la maggioranza teme un effetto boomerang: i dazi colpirebbero infatti le stesse major americane, che realizzano una quota consistente dei loro film all’estero.
Oltre a essere logisticamente complesso, un dazio del 100% sui film stranieri rischierebbe di raddoppiare i costi di distribuzione, rendendo insostenibili molte coproduzioni internazionali.

L’Unione Europea ha già fatto sapere che “valuterà ogni misura necessaria per difendere l’equilibrio commerciale” se gli Stati Uniti dovessero procedere in questa direzione.

Cultura, commercio e potere: un triangolo instabile

Dietro il linguaggio tecnico dei dazi e delle quote, c’è una domanda più profonda: chi controlla l’immaginario e la narrazione cinematografica globale?
L’Europa, con la sua direttiva, difende il principio che la cultura non debba essere interamente governata dal mercato. Gli Stati Uniti, invece, rivendicano la libertà d’impresa e l’apertura totale dei mercati come garanzia di innovazione.
Il risultato è uno scontro ideologico che va ben oltre le piattaforme di streaming e riguarda la sovranità culturale nel mondo digitale, dove i contenuti sono al tempo stesso merci, strumenti d’influenza e veicoli di identità.