La proposta di vietare l’accesso ai social network ai minori di 15 anni torna al centro del dibattito politico italiano dopo l’iniziativa annunciata dalla Lega, con una convergenza trasversale che ha visto anche il Partito Democratico esprimere apertura sul tema. In realtà, un anno e mezzo, fa l’ex ministra democratica Marianna Madia aveva redatto una proposta di legge simile, insieme alla meloniana Lavinia Mennuni. Ma proprio per l’ostilità di FdI, all’epoca molto vicino a Elon Musk, quell’idea rimase senza seguito. Oggi è il Carroccio a riproporla Il confronto si inserisce in un contesto europeo già segnato da tensioni simili, in particolare dopo la scelta francese di intervenire sulla cosiddetta età digitale minima.
Sul piano europeo, infatti, gli Stati membri hanno margini di intervento quando sono in gioco la protezione dei minori e il loro benessere digitale. Il punto critico emerge nel momento in cui una decisione nazionale produce effetti operativi sulle piattaforme che operano su scala transfrontaliera, chiamate a rendere effettivo il divieto attraverso strumenti di verifica dell’età.
Divieti nazionali e architettura europea
Il passaggio dalla scelta politica all’attuazione pratica apre un nodo giuridico delicato. Vietare l’accesso ai social agli under 15 implica l’adozione di sistemi di age verification, con conseguenze dirette su infrastrutture tecniche, gestione dei dati personali e responsabilità organizzative. Per le grandi piattaforme online, questi profili rientrano nell’assetto di governance disegnato dal Digital Services Act, che attribuisce alla Commissione europea e alle autorità designate competenze specifiche in materia di obblighi operativi e misure di mitigazione del rischio.
In questo quadro, gli Stati possono fissare regole di contesto, ma incontrano limiti quando tali regole si traducono in prescrizioni tecniche che incidono sull’operatività delle piattaforme. È lo stesso equilibrio emerso nel caso francese, dove Bruxelles ha riconosciuto la competenza nazionale sulla soglia di età, ribadendo però che l’enforcement nei confronti delle Very Large Online Platforms resta ancorato al livello europeo.
Verifica dell’età, dati personali e mercato unico
Il tema della verifica dell’età non è neutro. Soluzioni invasive rischiano di entrare in conflitto con la protezione dei dati personali, mentre meccanismi troppo leggeri possono risultare inefficaci. Inoltre, approcci diversi da Paese a Paese finirebbero per frammentare il mercato digitale europeo, costringendo le piattaforme a gestire architetture differenti a seconda dello Stato membro.
Per evitare questa deriva, la Commissione europea sta lavorando a strumenti comuni, come prototipi di soluzioni per la verifica dell’età interoperabili con i sistemi di identità digitale. Il controllo dell’infrastruttura tecnica diventa così un elemento centrale del potere regolatorio, perché condiziona in modo diretto l’accesso ai servizi online e la distribuzione delle responsabilità lungo la filiera digitale.
Nel dibattito politico italiano, la proposta sostenuta dalla Lega e il riferimento al Partito Democratico vengono spesso accompagnati da considerazioni sul disagio giovanile e sugli effetti sociali delle piattaforme. Temi reali, che però fanno da sfondo a una questione più ampia, legata al rapporto tra sovranità normativa nazionale e architettura europea della regolazione digitale.
Il caso dei divieti under 15 mostra come la protezione dei minori sia diventata un terreno di confronto sul futuro dell’enforcement digitale in Europa. Per imprese, consulenti e responsabili della compliance, il messaggio è chiaro: le soglie d’età fissate a livello nazionale vanno seguite con attenzione, ma la valutazione degli obblighi tecnici deve sempre tenere conto delle competenze attribuite dal diritto dell’Unione e del ruolo centrale del Digital Services Act.
