Viscanti: “Open source e infrastrutture. Solo così l’Europa può recuperare nella corsa all’AI”

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Pasquale Viscanti, co-fondatore di IA Spiegata Semplice, racconta come l’adozione dell’AI stia trasformando il tessuto produttivo e culturale del nostro Paese e non solo, tra nuove competenze e nuovi strumenti. Una vertiginosa carrellata che va dalla crescita dei tool generativi alla responsabilità nell’uso dei contenuti, fino al ruolo strategico di infrastrutture come i supercomputer e alle politiche energetiche necessarie per un futuro sostenibile

di Riccardo Tripepi

Pasquale Viscanti è un divulgatore e imprenditore italiano specializzato nell’intelligenza artificiale, noto per l’attività di informazione e formazione rivolta a imprenditori e manager. È co-fondatore, insieme a Giacinto Fiore, di IA Spiegata Semplice, la più grande community italiana dedicata all’intelligenza artificiale, con podcast, eventi, newsletter e risorse per capire concretamente che cos’è l’AI e come può essere applicata nei contesti professionali e aziendali. Nel quadro di questa attività, Viscanti organizza anche eventi formativi di rilievo, tra cui AI WEEK, con migliaia di partecipanti e centinaia di speaker internazionali

Dal suo osservatorio privilegiato ci fa un quadro della diffusione dell’Ai in Italia? Possiamo considerarla parte integrante della nostra quotidianità e del nostro lavoro o ancora siamo in fase di sperimentazione per tecnici?

Se ci confrontiamo tra di noi, tra professionisti anche se facciamo mestieri diversi, l’AI è parte integrante della nostra routine, dal lavoro alla vita privata, alla famiglia e alla scuola. Se stiamo utilizzando ciascuno di noi, chi più chi meno, l’intelligenza artificiale, banalmente anche ChatGPT, senza arrivare ai grandi modelli, ci rendiamo conto che il tasso di adozione sta nettamente crescendo. Questo non vuol dire che tutti quanti stiamo usando l’AI nel nostro lavoro, però si è già sdoganato quel livello di attenzione che ha portato alla curiosità. Stiamo iniziando a farci tante domande direttamente applicative e stiamo iniziando anche a trovare il tool che ci dà un po’ più di serenità nello svolgere il nostro lavoro

Dal punto di vista invece dello sviluppo tecnologico?

Wow! È un momento meraviglioso per chi come noi è totalmente immerso nell’intelligenza artificiale con un progresso esponenziale. Oggi si fanno video con l’intelligenza artificiale di ottima fattura e io appena 18 mesi fa raccontavo come si costruivano immagini con l’AI dove le persone avevano sei dita e un occhio. I diversi modelli sono in grado, con un’incredibile velocità, di mettere sul mercato roba pazzesca: video, immagini, testi, analisi, report, ricerche che ci cambiano il nostro modus operandi, che cambiano quello che è il nostro approccio al lavoro.

Siamo pronti a questo livello di tecnologia che arriva così veloce?

Ecco qui la risposta invece è no. Non ci stiamo preparando culturalmente. Servono formazione e competenze per arrivare a un livello di consapevolezza che ci consenta di riconoscere immediatamente se un video è stato realizzato da un’Ai o meno. Noi tecnici abbiamo un occhio più attento, ma i nostri genitori o le persone meno attrezzate sono impreparate soprattutto all’interno del mondo social.

C’è anche una questione che coinvolge i soggetti che mettono in circolazione i prodotti realizzati con l’Ai…

Anche da questo punto di vista occorre cominciare a sfatare anche qualche falso mito. Di chi è la responsabilità: è mia o dell’AI? La responsabilità è sempre della persona che condivide quel contenuto sui social. Il mezzo tramite il quale è stato fatto quel contenuto era solo una macchina fotografica o uno smartphone insieme a un modello di AI. Ma se io condivido sui social un contenuto fatto con AI o senza AI, se ho leso in qualche modo qualche diritto o ho fatto qualche torto a qualcuno, la responsabilità è la mia. È necessario che intervengano i due player che oggi sono un po’ dormienti e cioè nel nostro caso la Comunità Europea e poi e dall’altro lato i grandi player che oggi giocano il campionato di social network, perché noi viviamo lì dentro, perché noi abbiamo le nostre vite le condividiamo e guardiamo le vite degli altri, i contenuti degli altri, veri o fatti con AI e quindi in qualche modo bisogna creare un contesto sano di condivisione. Bisogna creare un contesto sano perché all’interno dei social network ci siamo noi, i nostri genitori e i nostri figli. L’AI non è più solo una questione tecnica, non è solo una tecnologia per nerd. L’AI è geopolitica, l’AI è finanza, oggi vediamo come i mercati finanziari sono trainati da tre, quattro titoli che riguardano al 100% l’intelligenza artificiale e Nvidia è diventata una delle aziende più ricche del pianeta che oggi vede trainare mercati interi grazie alla sua fornitura nel mondo delle AI. Nvidia è quella che fa le pale e i picconi nella corsa all’oro per intenderci, li ha messi tutti dall’altro lato della barricata. E la finanza influenza la politica, mai si era visto un presidente Usa interessarsi di questi temi come Trump, così come avviene in Cina Xi Jinping. Ma anche altri attori vogliono giocare in prima linea la partita dell’AI perché hanno capito che è un asset strategico.

C’è il rischio che l’Europa rimanga schiacciata tra questi due giganti? E questa risposta di semplificazione arrivata con il Digital Omnibus è convincente?

«Dobbiamo intanto fare un po’ di ordine su questo risiko e mettere i pezzi tutti nel posto giusto per arrivare ad una conclusione. Noi stiamo vivendo una naturale prosecuzione di aziende che, prevalentemente in Silicon Valley, producono una tecnologia che in Europa viene usata. In generale in Silicon Valley hanno lanciato Facebook, noi usiamo Facebook, hanno lanciato Instagram, Meta, il mondo Meta, WhatsApp, eccetera, ma la stessa Google è lì. I nostri stessi device sono lì. L’uomo utilizza la tecnologia Apple, iPhone, PC, Mac, eccetera, son fatti lì. Quindi noi intanto siamo visti già da anni, a prescindere dall’AI, come il mercato dei clienti. Partiamo da questo. E continuiamo anche nel mercato dell’AI ad essere visti come i clienti. Poche realtà tentano di giocare il campionato che sta alla base, il campionato di OpenAI, il campionato di DeepSeek, il campionato di Google, il campionato di Anthropic. Pochissime tentano di realizzare un’AI, ma semplicemente perché ci vuole una quantità di denaro mostruosa per pensare di sviluppare un ChatGPT italiano, francese o danese o spagnola. In Europa gli unici che hanno iniziato per tempo e che sono un po’ in capofila sono i francesi di Mistral. Mistral AI oggi è probabilmente l’unica vera alternativa europea ad un modello di Large Language Model. Numero due: fornitura delle infrastrutture. Ecco qua già le cose cambiano, perché in Italia abbiamo uno dei più grandi supercomputer europei, ce l’abbiamo a Bologna, si chiama Leonardo. A Leonardo gli stanno aggiungendo un pezzo per renderlo ancor più competitivo che si chiamerà LISA. Quindi dal punto di vista dell’infrastruttura siamo meglio posizionati. Infine, sicuramente non abbiamo la possibilità oggi di competere sul mercato dei tool come ChatGPT o come DeepSeek o come tanti altri, semplicemente perché loro sono arrivati prima, hanno avuto le risorse necessarie, stanno investendo tonnellate di denaro e soprattutto hanno già in parte preso il mercato.

Quindi sarebbe inutile rincorrere chi è già troppo avanti e puntare invece su infrastrutture e regolamentazione?

Abbiamo le infrastrutture, ma abbiamo anche la possibilità di renderci partecipi su un mercato che è quello dell’open source. Il mercato dell’open source oggi è un mercato gigantesco e, per intenderci, dove abbiamo la possibilità di sviluppare e di mettere a disposizione degli utenti una tecnologia. Oggi l’open source ci consente di non essere sotto lo scacco delle gigantesche risorse economiche, di non essere sotto lo scacco di non avere un ruolo a livello geopolitico più importante. A livello europeo stanno emergendo dei progetti open source davvero interessanti e sono quelli che probabilmente nascono per le esigenze a mio avviso più virtuose. Sono i progetti che arrivano dalle università e che arrivano negli ospedali. Sono i progetti che partono dai centri di ricerca privati o universitari, arrivano nelle scuole, arrivano nella pubblica amministrazione. Il secondo fattore è sicuramente quello di andare nell’ottica di una regolamentazione snella, ma che non vuol dire rimandare le decisioni come mi pare stia avvenendo.

Il riferimento è alla regolamentazione dei sistemi ad alto rischio dell’Ai Act?

È proprio lì che a mio avviso ricade poi l’errore europeo. Oggi dobbiamo essere più veloci perché dobbiamo recuperare, non perché stiamo facendo la sfida a chi arriva prima. Noi dobbiamo intanto provare a recuperare un po’ di terreno ed è già complicato così. Se a maggior ragione sappiamo che entro il 2 agosto devono essere presi dei provvedimenti in casi di AI ad alto rischio, dobbiamo adeguarci, dobbiamo formarci. Perché l’AI Act prevede anche che chi fa AI oggi debba formare le proprie persone, prevede risorse per la formazione e l’innalzamento culturale. Quello che a mio avviso è necessario, quindi, è puntare a premere di più sull’acceleratore. Posto che già con l’AI Act abbiamo visto che le principali aziende quando devono fornire AI in Europa comunque lo fanno, magari con tempi diversi, l’Apple Intelligence ti arriva mesi dopo, ChatGPT si è dovuto adeguare a quello che il garante gli ha chiesto, ma sappiamo che il garante ha fatto delle richieste che andavano assolutamente a beneficio delle persone che utilizzano l’AI. Queste sono le due considerazioni rispetto a quello che deve fare l’Europa, posto che siamo comunque in una corsa dove ci hanno già doppiato, dobbiamo tentare di recuperare terreno.

Un grande impatto l’utilizzo dell’Ai lo sta avendo anche sul mondo del lavoro, come dimostrato dai recenti casi Amazon e Uber. Che idea ti sei fatto? Che competenze dovrebbero essere sviluppate per non vedersi sostituiti?

Qui mi piace fare il punto della situazione guardando il mercato del lavoro da due angoli. Da un lato abbiamo dei mestieri che si stanno totalmente stravolgendo. Quali? Ad esempio il mondo dei trasporti. Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di vivere qualche settimana a San Francisco. Ogni incrocio vedeva passare mediamente dieci auto e di queste dieci, cinque o sei erano taxi a guida autonoma.  Dopo le prime ore dove sei un pochettino scioccato, ti fa un effetto importante perché poi vanno come le schegge, non vanno piano perché non c’è nessuno dentro. Guida come se stessi guidando tu e fossi in ritardo a un appuntamento. Questo ci dà l’esempio di come determinati mestieri stanno andando nella direzione di essere svolti in maniera totalmente diversa. Prima è arrivato Uber e ha detto “posso stravolgere il tipo di licenza”, poi arriva Waymo e dice “non serve neanche più l’autista, ti faccio arrivare solo l’auto”. Ci saranno stravolgimenti davvero impattanti, ce ne accorgeremo camminando per strada. Da un altro punto di vista c’è un’enorme quantità di mestieri che non sarà sostituita, ma dovrà cambiare metodo di lavoro. L’essere umano resta centrale ma dovrà collaborare con degli agenti AI. Se un giornalista oggi scrive un pezzo, prima apriva word e produceva un articolo. Con l’arrivo dell’AI quell’articolo viene prodotto dallo stesso giornalista, ma magari nel frattempo la ricerca degli elementi importanti gliel’ha fatta un agente AI. Questi sono i due punti di vista: lavori che saranno stravolti e lavori dove bisogna cambiare il mezzo attraverso il quale si arriva all’output lavorativo

Molto discussa è anche la questione legata ai data center, anche in relazione al loro impatto ambientale e energetico…

L’anno prossimo alla AI Week ci saranno degli speaker che racconteranno i cambiamenti già accertati. Per il mondo delle infrastrutture e dei data center ci sarà Philip Johnston che addirittura sta realizzando dei data center nello spazio. Parliamo di stazioni spaziali che non ospitano persone ma dati, alimentati dall’energia solare che sta già lassù. C’è chi si è già posto il problema energivoro e ha trovato la soluzione spedendo tutto nello spazio. Di certo, oggi viviamo nel miglior contesto per risorse, menti e dati per risolvere problemi che prima erano insormontabili.