Il Digital Services Act, entrato pienamente in vigore nel 2024, mira a contrastare contenuti dannosi e a tutelare gli utenti. L’UE lo considera una legge di garanzia democratica, mentre gli Stati Uniti lo percepiscono come un attacco alle proprie imprese digitali. Il documento invita le ambasciate a raccogliere casi specifici — inclusi procedimenti legali o episodi di sospensione online — da utilizzare come argomenti nei colloqui con i funzionari europei. Inoltre, sollecita una revisione della definizione di “contenuti illegali” e un ridimensionamento del ruolo dei segnalatori certificati (trusted flaggers).
Quando un governo decide di inviare i propri ambasciatori a negoziare le leggi di un altro blocco sovrano, la posta in gioco è molto più alta del semplice interesse commerciale. L’intervento americano rivela quanto il controllo delle regole digitali sia oggi un fattore strategico: le piattaforme sono nuove infrastrutture di potere, e chi ne definisce i limiti ne controlla anche l’impatto sociale.
L’offensiva diplomatica si inserisce in una strategia più ampia dell’amministrazione repubblicana. A maggio, Rubio aveva già proposto restrizioni sui visti per funzionari stranieri coinvolti in attività di censura contro cittadini americani online. E nelle stesse settimane, il presidente della Federal Communications Commission ha definito il DSA “incompatibile con la visione americana della libertà d’espressione”. Un’accusa che sottolinea la distanza culturale tra le due sponde dell’Atlantico.
Bruxelles, dal canto suo, ribadisce che la regolazione del mercato digitale è una prerogativa europea e che il DSA è pensato per tutelare i diritti degli utenti e garantire un ambiente digitale sicuro e trasparente. Fonti della Commissione hanno chiarito che le regole non sono in discussione nei negoziati commerciali con gli Stati Uniti e che il dialogo continuerà, ma senza cedere sulla sostanza normativa.
È curioso notare come gli stessi attori che promuovono la globalizzazione economica si oppongano alla globalizzazione delle regole. Il rischio è quello di creare uno squilibrio dove le piattaforme operano ovunque ma rispondono solo a poche giurisdizioni selezionate. Un modello insostenibile per chi crede in un’economia digitale fondata sul diritto e sulla trasparenza.
Un confronto tra modelli di governance digitale
Il confronto tra Washington e Bruxelles non riguarda solo il contenuto delle norme, ma il modello di governance sottostante. Gli Stati Uniti difendono una concezione del web orientata al mercato, dove le regole sono minime e l’autoregolamentazione prevale. L’UE punta invece su una visione del digitale come spazio di diritti, dove lo Stato esercita un ruolo attivo nella protezione degli utenti. L’attacco americano al DSA mette a nudo la fragilità del consenso globale sulle regole del cyberspazio.Le ambasciate statunitensi saranno ora chiamate a trasformare le linee guida del Dipartimento in iniziative concrete, aprendo nuovi fronti nel dialogo transatlantico. Resta da capire se l’Europa saprà mantenere la rotta, senza trasformare il confronto in una resa diplomatica o, peggio, in una deregulation mascherata da compromesso.
Chi definisce le regole del digitale plasma il futuro delle relazioni tra cittadini, imprese e istituzioni. Non si tratta solo di tecnologia, ma di giustizia, libertà e responsabilità collettiva. In questo senso, il Digital Services Act è molto più di una norma: è una dichiarazione di intenti su cosa vogliamo che sia il web nei prossimi decenni.
