Zuckerberg risponde per la prima volta davanti a un giudice sulla dipendenza dai social. E la nega.

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La causa contro Meta e YouTube potrebbe cambiare le regole sulla responsabilità delle piattaforme digitali. Ecco cosa è emerso in aula.

Per la prima volta Mark Zuckerberg si è presentato davanti a una giuria in California per rispondere a un’accusa che tocca il cuore del modello economico delle grandi piattaforme: avere progettato servizi capaci di trattenere i minori fino a generare una forma di dipendenza. Al centro del processo c’è la causa intentata da una giovane donna oggi ventenne, che collega l’uso intensivo di Instagram e YouTube, iniziato quando era ancora bambina, a depressione, ansia e pensieri suicidari.

Secondo l’accusa, Meta e Google (Youtube) avrebbero costruito ambienti digitali pensati per stimolare un coinvolgimento continuo, con meccanismi di raccomandazione e notifiche studiati per prolungare la permanenza online. In aula sono stati richiamati documenti interni che mostrano come all’interno dell’azienda si discutesse del tempo trascorso dagli utenti sulle piattaforme e dell’impatto sui più giovani, compresi quelli sotto i tredici anni che, in base alle condizioni d’uso, non dovrebbero accedere ai servizi.

La difesa ha sostenuto che l’accesso ai minori di tredici anni è vietato e che molte iscrizioni avvengono attraverso dichiarazioni di età non veritiere. Zuckerberg ha inoltre ricordato l’introduzione di strumenti di controllo parentale e di impostazioni dedicate agli adolescenti, presentati come misure volte a ridurre i rischi. La giuria dovrà valutare se tali strumenti siano adeguati rispetto alla struttura complessiva del prodotto e alla prevedibilità dei possibili danni.

Responsabilità delle piattaforme per design e algoritmi

Il nodo giuridico si sposta così dal contenuto pubblicato dagli utenti alla progettazione stessa del servizio. La questione riguarda la responsabilità per il modo in cui un prodotto digitale viene costruito: scelte su algoritmi, notifiche, flussi di raccomandazione e metriche interne possono essere considerate elementi che incidono sulla salute degli utenti vulnerabili.

Il procedimento ha una portata che va oltre la singola vicenda personale della ragazza. Negli Stati Uniti sono pendenti migliaia di cause simili contro le principali società tecnologiche. Una decisione che riconosca un profilo di responsabilità legato al design potrebbe incidere sulle politiche interne delle imprese digitali, dalle metriche di crescita fino ai criteri di sviluppo dei sistemi di raccomandazione.

L’udienza di oggi

Zuckerberg è stato incalzato sul funzionamento dei sistemi di raccomandazione e sulle metriche interne utilizzate per misurare il coinvolgimento degli utenti. In particolare, sono stati richiamati documenti che mostrano come l’azienda monitorasse con attenzione il tempo di permanenza, la frequenza di accesso e le interazioni generate dai contenuti suggeriti automaticamente.

Lui ha evitato di descrivere gli algoritmi come strumenti progettati per generare dipendenza. La linea difensiva si è concentrata sull’idea che i sistemi di raccomandazione servano a mostrare contenuti ritenuti rilevanti per l’utente, migliorando l’esperienza e rendendo il servizio più personalizzato. Inoltre, è stato sottolineato che negli ultimi anni Meta ha introdotto modifiche per ridurre l’esposizione a contenuti potenzialmente dannosi per gli adolescenti.

In futuro, oltre ai dirigenti di Meta, potranno essere sentiti anche rappresentanti di Google o responsabili di YouTube, a seconda delle decisioni del giudice e delle strategie delle parti. Nei processi civili statunitensi è normale che vengano chiamati a testimoniare executive, product manager o esperti tecnici per chiarire come funzionano i sistemi interni e quali dati fossero disponibili all’azienda.

Al momento l’attenzione mediatica si è concentrata su Zuckerberg perché la sua deposizione ha un peso simbolico e strategico maggiore. Ma il perimetro del caso è più ampio e coinvolge l’intera filiera delle piattaforme citate nella causa.